Quel lato educativo di “Via Craxi”

Pubblicato: 19 gennaio 2010 in Riflessioni personali

Il 19 gennaio è decisamente un giorno importante.
Per due motivi. Nasce nel 1940 Borsellino, barabaramente ucciso dall’attentato del 1992; muore nel 2000 Bettino Craxi, politico italiano condannato per corruzione e finanziamento illecito e bancarotta fraudolenta (per info, qui).

Ma anche il 18 gennaio 2010 è stato un giorno importante. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha scritto una lettera alla vedova Craxi, raccogliendo, subito, da parte di destra e sinistra, applausi dirompenti. Per non parlare di quelli dei figli.
Il linguaggio di Napolitano, è come al solito, davvero troppo soft.

Basta leggere la lettera per rendersene conto. Mai un riferimento alla parola “latitante”; mai un riferimento esplicito a cosa è condannato. Napolitano, infatti, nella lettera, scrive che Craxi decise di “lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Si solleva dalla folla la solita questione di non continuare a mettere il dito nella piaga. Ma così non è. Occorre essere schietti; occorre non usare giri di parole per affermare che Craxi ha latitato un bel pò ad Hammammet. E l’ha anche detto lui stesso. “In Italia non ci torno, nè vivo, nè morto.”.
Certo, avrebbe forse colpito in maniera maggiore se avesse usato il termine in questione, ma di certo non avrebbe offose la vedova Craxi, perchè avrebbe solo raccontato la verità.

C’è poi un altro passaggio della lettera che meriterebbe un’attenta riflessione, che non esplico per motivi di tempo. Dopo la condanna di Craxi, c’è il ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, la quale decreta, -cito testualmente Napolitano- “che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto ad un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea.”. Un processo particolare come ricordano in pochi. Infatti il codice di procedura penale di Pisapia e Vassalli del 1989 fu voluto e votato anche da Craxi. E allora, sarebbe da chiedersi e da ricordare che tutti i processi conclusisi con condanna definitiva fino al 1999, anno in cui il Codice venne modificato, non furono equi; ma questo, tranne pochissimi, numerabili su una mano, lo dicono ad alta voce.

Nessun riferimento nemmeno al debito pubblico aumentato vertiginosamente durante il suo governo, come si può osservare da qui. Invece quando si parla di governo Craxi, si tende solo a ricordare “un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti”. Un plauso alla politica estera, ma all’interna nessun esplicito riferimento.

E nemmeno un riferimento al celebre discorso al Parlamento in cui Craxi disse che tutti rubavano, quasi fosse una plausibile giustificazione a quello che aveva fatto con i soldi nostri.

Insomma, le provocazioni non mancano. Tanti non le colgono. Tanti fanno finta di non coglierle. Tanti non riescono a coglierle, causa ignoranza o disinteresse. Forse  “Via Craxi” potrebbe, in un certo senso, ironicamente si intende, far cogliere qualcosa in più che, per motivi sopra accennati, sfugge.

Intanto, io ricorderò Borsellino, degno certamente di lode e di solidarietà.

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