Le minchiate di Ciancimino

Pubblicato: 2 febbraio 2010 in "Il Giornale" della concordia

Personalmente, Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, mi incute timore.
Un timore non caratterizzato dal fatto che è figlio di uno che con la mafia ha fatto i migliori affari. Ma un sentimento di paura dovuto al fatto che in lui trovano espressione accuse capaci di distruggere uno Stato intero. Uno Stato che forse ha avviato una trattativa con un’associazione di criminalità organizzata. Uno Stato rappresentato non tanto da corrotti, bancarottieri, falsi, ipocriti. Quanto da mafiosi. Da coloro i quali hanno cercato, per ovvi ritorni economici e personali, un patto con la mafia. Riuscendo ad averlo.

Certo, al momento no si può chiaramente prendere ciascuna frase del figlio di Don Vito e accettare quasi per fede il contenuto delle stesse. Occorre prima verificare la veridicità di queste e poi tirare delle conclusioni. Le ipotesi infatti sono variegate. Ciancimino junior potrebbe voler difendere un tesoro di famiglia, vendicare il padre, infangare rispettabili carriere di uomini forti, additando e millantando ragionamenti che in realtà sono falsi. Sono anche queste possibilità che non possono essere sottovalutate. Ma sono sicuro che la magistratura ha certo messo in conto ipotesi del genere.

Due fatti, dunque, alla luce di questo, credo debbano essere presentati.

Da un lato, il solito atteggiamento illuminista. Non si può giudicare a priori le dichiarazioni di Ciancimino come false. Occorre un momento aspettare prima di sparare a zero. Quando parlò Spatuzza, “Il giornale” titolò in prima pagina che si trattava di “minchiate”, e affezionato all’argomento Spatuzza, all’indomani del 5 dicembre (NoB-day, ndr), definì tutto il popolo viola come composto dagli “amici di Spatuzza”. Cioè, espressione totale del pregiudizio. Ma sappiamo che il quotidiano di Feltri può essere considerato una tifoseria, piuttosto che un argomento di sana stampa. E con fare sfacciato, i berlusconiani più convinti, rendono omaggio a Montanelli, fondatore del “Il Giornale”, paragonandolo, magari, a Feltri. Due uomini identici tra loro.
All’indomani della deposizione di Graviano, solo uno dei due, se ricordate, lo stesso Feltri, invece quasi compiaciuto della non-deposizione di uno e della smentita delle parole di Spatuzza dell’altro. Come al solito due pesi, due misure. Applicabili se e solo se qualcuno molto vicino alla figura del premier è in pericolo.

Dopo le rivelazioni sui fondi dei boss per costruire la Milano 2, capolavoro poi della moderna edilizia e architettura, arriva anche una pesante accusa a Marcello Dell’Utri, condannato in concorso esterno in associazione mafioso dal Tribunale di Palermo. Si dice che Dell’Utri sia il successore di Ciancimino padre, in quanto “si doveva salvaguardare il bacino di voti controllati dalla mafia in Sicilia (Gomez)” e forse Dell’Utri sembrava il personaggio politico più adatto ad adempiere questo compito.
Allora, se dovessimo ragionare come Feltri, potremmo dire che, essendo Dell’Utri condannato, sicuramente è davvero il successore di Don Vito. Ma, poichè non ragiono come Feltri, posso solo pensare che probabilmente è così, ma andrei comunque cauto nel condannarlo nuovamente per un’accusa infamante come quella lanciata oggi.
Sappiamo certo che il senatore è stato condannato in quanto “vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale.”. Ma comunque, la presunzione di innocenza appartiene a ciascun cittadino. Quindi, si diffidi da chi, sfruttando semplici dichiarazioni di Ciancimino colpevolizzi il senatore, che, ripeto, comunque è stato condannato per concorso esterno.
Ci si potrebbe concentrare, per esempio, sulle origini delle fortune di Berlusconi, di cui consiglio caldamente il libro “L’odore dei soldi”, che nella prima versione del libro, costò un processo ai danni di Travaglio e Luttazzi, che furono poi assolti. Ci si potrebbe interrogare sui motivi per il quale il 26 novembre del 2002, interrogato Berlusconi durante il processo a Dell’Utri presso Palazzo Chigi, si avvalse della facoltà di non rispondere, quando, forse, per una volta per sempre avrebbe potuto risolvere tutta la questione delle sue origini economiche.

Staremo a vedere chi la spunterà. Onestamente, sono in ansia per il risultato.
Chissà se alla luce di ciò quelle di Ciancimino sono ancora false o vere dichiarazioni.

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