Risposta a Bracalini (parte 2)

Pubblicato: 6 febbraio 2010 in "Il Giornale" della concordia

Ci eravamo fermati ieri alla questione di Ciancimino. Per chi non avesse voglia di leggere l precedente post, un breve riassunto. Giorni dopo la foto copromettente di Di Pietro con il questore Contrada e il giorno dopo la puntata di Annozero impostata sul problema giustizia, con chiari ed espliciti riferimenti a Ciancimino, all’ex pm di Mani Pulite e alle leggi ad personam del governo Berlusconi odierno, Bracalini scrive un articolo, teso ad evidenziare come al solito la faziosità di programmi come quello di Santoro e Travaglio, fantasticando un ipotetico messaggio subliminale; facendo notare, inoltre, che mentre si Di Pietro non si hanno dubbi sulla sua innocenza, su Schifani invece no, perchè il boss con cui era in contatto Schifani fu accusato circa venti anni dopo. Sarà vero? Poco importa.

Andiamo con ordine. Schifani assieme ad altri tizi, condannati solo sucessivamente per mafia, fonda la Sicula Brokers nell’allor 1979. I soci in questione sono personaggi che successivamente ricopriranno un ruolo fondamentale nella storia della mafia italiana.
Oltre alla Taverna i Genova che detiene il 51 per cento della società, entrano a far parte anche Benni D’Agostino, Francesco Maniglia, Antonino Mandalà e Luciano De Lorenzo e Giuseppe Lombardo, amministratore di alcune società dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, condannati per reati mafiosi. Ora, i due parenti gestivano assieme il monopolio delle esattorie siciliane venendo soprannominati indistantamente come “gli esattori”. Lombardo però non finì dietro le sbarre come gli altri. A questi si aggiune Schifani e il Enrico La Loggia, figlio di Giuseppe, presidente della regione Sicilia nel 1956.

Ma fra arresti e procedimenti vari, entro un anno la Sicula Brokers, inizia a perdere punti. Personaggi a parte, occorre ricordare solo Mandalà e D’Agostino, rispettivamente legati a Provenzano e Riina.

D’Agostino, ricco sicialiano grazie alla mafia, pentito afferma di aver conosciuto in quegli anni il Papa della mafia, Michele Greco, il quale “mi (lo) trattò come un figlio raccontandomi (-gli) dei suoi incontri con Andreotti”.
Mandalà, accusato di mafia solo tempo dopo, era capomafia di Villabate. Lo stesso che prima delle amministrative del 1998 ebbe un piccolo “screzio” con l’atuale presidente del Senato riguardo un candidato per Villabate, naturalmente, colluso con la mafia. Infatti “Giudice(Gaspare, figlio del tristemente famoso Raffaele) mi ha raccontato che) Schifani disse a La Loggia: «Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede… e quindi c’è la possibilità di recuperare Mandalà, telefonagli…».

Quindi la questione è chiara. Sapeva Schifani con chi aveva a che fare? Secondo i verbali dell’interrogatorio dei magistrati di Firenze quando ha querelato Campanella per le sue accuse, no. E anche la decisione del Gip, archiviando la sua querela, gli ha dato ragione perchè non si può imporre “certo l’onere per il professionista dì recidere i predetti rapporti per via del sospetto (ammesso che tale fosse) di illecite condotte dal proprìo assistito in tutt’altri contesti consumate e sfociate peraltro solo anni dopo, in procedimenti penali”. Giusto, anche se, ancora dopo, sempre nell’ipotesi che Schifani non abbia mai saputo nulla, quest’ultimo ha contniuato ad intrattenere rapporti con Mandalà, per una famosa consulenza da 60 milioni.
Ma una domanda, a questo punto, sorge spontanea. Un uomo di potere come Schifani era allora, non avrebbe fatto meglio ad informarsi su chi erano i suoi soci? Ha preferito evidentemente di no o non ha indagato a fondo sulla reputazione dei soci. O gli faceva comodo, per meri interessi personali, oppure  non era riuscito davvero a scoprire nulla di compromettente, C’è dunque, un velo di mafiosità che aleggia attorno al Presidente del Senato, ben differente rispetto a quello che c’è attorno a Di Pietro.

L’uno ad una cena con l’allora questore, l’altro fonda una società con mafiosi poi condannati. Sicuri che è la stessa cosa? A me sembra proprio di no. Però ai soliti noti feltro-berlusconiani sembrano uguali le due cose.

Ancora due precisazioni che mi sembrano doverose. La prima riguarda sempre la cena in questione. Una cena tenuta in una caserma dei carabinieri, al cospetto di molti che poi non sono stati nè indagati nè arrestati nè quant altro; una cena a cui il pm, osannato durante il periodo di Mani Pulite per le sue gesta giustizialiste, era stato invitato dai carabinieri; vi sembra davvero il contesto giusto per un complotto? Perchè non scegliere una bella stanza d’albergo, o vedersi da qualche parte senza guardi indiscreti? Quasi nessuno si pone la domanda.
Seconda precisazione. I due post come risposta a Bracalini sono un serio intento di protesta nei confronti del giornalista. Il quale, citando Davanzo anche in merito ad una questione che riguarda una vacanza in Sicilia di Travaglio con uno che poi sarà condannato, avanza l’ipotesi di manipolazione del lettore, usando le parole di Davanzo stesso. Io, da essere pensante quale sono, sento la mia intelligenza offesa. Sentirmi dire che sono manipolato mi innervosisce. Riesco a discernere il falso dal vero, semplicemente informandomi, usando la mia testa e non quella di Travaglio, che, nonostante tutto, stimo prima di tutto come uomo.

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