Una durissima battaglia per la democrazia italiana

Pubblicato: 11 aprile 2010 in Riflessioni personali

Si è tenuto ieri a Parma, l’incontro tra il Presidente del Consiglio Berlusconi e gli imprenditori di Confindustria.
Nei telegiornali e nei giornali di oggi, chi più, chi meno, si è reso conto delle dichiarazioni del premier. Dalla descrizione delle opere del “governo del fare” relativamente al terremoto de L’Aquila, i rifiuti napoletani; al costante attacco alla magistratura politicizzata che ce l’ha con lui, con la “tirata” in ballo del numero di provvedimenti giudiziari (duemilacinquecentocinquanta) che superano i giorni del suo governo; alle riforme necessarie per cambiare il Paese: dal semipresidenzialismo alla francese (in cui manca la “porcata”, eufemismo per definire la nostra attuale legge elettorale) al federalismo fiscale.
Un premier cupo, rattristato dal non poter compiere alcuna riforma a causa della mancanza di poteri. La sua è decisamente una concezione strana. Una concezione prettamente dittatoriale, che quasi se “infischia” della democraticità e dell’importanza di un Parlamento, eletto come rappresentaza di un popolo. Meglio sarebbe se non avesse al suo seguito dei parlamentari che approvassero, quasi senza discutere, attaccare e modificare, le leggi. In questo modo finiremmo decisamente in una vera e propria dittatura, non certo velata come la presente.

L’amarezza che si scorge nelle parole del premier la si evince da uno stralcio del suo discorso, che, come ben si poteva immaginare, è stato tralasciato da giornali e televisioni, non riuscendo a scampare, però a Scalfari, fondatore di Repubblica, che, con l’editoriale di oggi, mette in luce scenari tutt’altro che rosei e fantasiosi. Cito il discorso: “Il governo italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema vigente. Non può paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di vista. L’esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.
“Nessuno dei due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso identico testo approvato dall’altro; lo deve dunque modificare a sua volta. Finalmente, una volta approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde più a quello inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato dalle burocrazie nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il testo viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne controlla addirittura gli aggettivi”.

Un premier stanco e insoddisfatto di questa democrazia, del potere affidato al parlamentare di turno dalla Costituzione. Una insoddisfazione che provoca indignazione in molti, perchè è proprio l’espressione di un voler ritornare ad una dittatura, ad un controllo più serrato e molto più “personale” delle leggi che dovrebbero essere promulgate dal Parlamento. Si evince infatti una sorta di “scocciatura”, a causa del fatto che le proposte non vengono mai lasciate intatte ma seguono un normale corso evolutivo che le porta ad essere modificate, come è giusto che sia, forse, in un Paese che di definisce democratico.

In altri Paesi, un discorso del genere, sarebbe stato molto più di un banalissimo pretesto per cacciare a pedate, tanto per citare Amendola (o Minzolini, se volete), un premier che si definisce la persona che ama il suo Paese. Non c’è migliore motivazione per licenziare definitivamente un tizio che si lamenta, e, in forma velata, desidere il ritorno ad una dittatura che soddisfi i suoi bisogni.
E la risposta del Capo dello Stato arriva a Letta, “vice” del premier, il quale aveva posto le sue scuse a Napolitano: “Le sue scuse personali non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che dice una cosa al mattino e fa l’opposto la sera oppure d’una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi”.

Non so dunque se essere soddisfatto per le parole di un Capo dello Stato, che questa volta si è obiettivamente comportato come un garante della Repubblica e della democrazia; oppure essere preoccupato per l’andazzo che questa dittatura formale (o morbida, per citare Bocca) ha preso. Un andazzo che preconfigura “una durissima battaglia per la democrazia italiana (Scalfari)” che ancora sembra affiorare.

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