La scenata dell’Amore

Pubblicato: 23 aprile 2010 in Attualità

L’incontro di ieri tra i finiani e i berlusconiani è l’espressione del Popolo dell’Amore. Del popolo che, con schietta veracità e pungenti provocazioni ha dimostrato di essere un gruppo di gente che si vuol bene davvero. Un “volersi bene” che si estende dai finiani ai berlusconiani e che non risparmia nessuno nemmeno in platea che, arrabbiata nera, partecipava gridando sdegno e sconcerto alle parole del leader della parte avversa.

Un Berlusconi adirato, che non ci sta alle battute di Fini, alla sua voglia quasi secessionista prima, rivoluzionaria adesso, dato che pare che il Presidente della Camera proprio non voglia fondare un nuovo partito con i suoi fedelissimi.
E un Berlusconi a cui vengono rivolte imbarazzanti accuse che rappresentano la verità: dall’esplicitazione del conflitto di interessi che giace sovrano in quest’Italia malgovernata, ai soliti giornalisti faziosi, di area berlusconian-fascista, i quali sembrano, ad avviso del Premier, non influenzabili. Della serie, come scrive Travaglio, riferendosi a Berlusconi, “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Forse si, dato che “Il Giornale” è di Paolo Berlusconi e figurarsi se il fratello Silvio non ha influenza. E dato che “Libero” appartiene ad Angelucci, senatore nonchè intimo di Berlusconi. Quindi il premier vada a raccontare queste storielle ad altri, non certo ai finiani, che, pare siano davvero informati.
E un Berlusconi che viene attaccato per la sua accondiscendeza alla Lega, alla voglia di federalismo, alle province che ancora nascono e che ancora non sono state eliminate nonostante promesse in pompa magna in trasmissioni televisivi dal buon Vespa.
E un Berlusconi attaccato anche sul tema della giustizia, su una riforma che mette a soqquadro tutto l’attuale sistema italiano minandolo proprio alle radici, regalando l’impunità (non immunità) a coloro i quali la giustizia proprio non la tollerano.

Parentesi sulla “lotta” a parte, credo che qualcosa l’abbia insegnato questa riunione e questa diatriba tra finiani e berlusconiani. Credo che Fini, con le sue battute, con le sue esternazioni, con le sua provocazione anche parecchio esplicite abbia dato al Pd l’idea su come si faccia opposizione, su come si combatta, su come si faccia lotta ad un sistema che vede il suo apice in Berlusconi. Un’opposizione vera, non basata sulla perversa voglia delle riforme, dei dialoghi, degli inciuci sulla giustizia (appoggiati da interessanti interventi su “Il Foglio” di Ferrara”) e sugli altri argomenti che meriterebbero una discussione successiva.
Un modello di opposizione, che, paradossalmente, viene dato da colui che è il fondatore del Pdl, da colui che da tre anni circa partecipa a questo partito in maniera abbastanza attiva (non certo come dovrebbe). Ed è ancora più paradossale che i soggetti prima dell’Ulivo, della Margherita, dell’Unione, dei Ds non riescano dopo sedici anni a fare una lotta capace di sovvertire l’ordine, favorendo quindi la nascita di un nuovo sistema.
Ma, a riprova che anche il piatto serivito da Fini non è stato colto al volo, Bersani, subito dopo la scenata dell’Amore afferma: “Sono divisi. Non faranno le riforme (Il Fatto)”.
Il solito PD.

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