Quanto è unita l’Italia?

Pubblicato: 6 maggio 2010 in Attualità, Riflessioni personali

Già da qualche tempo è possibile rendersi conto che i festeggiamenti e le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sono già iniziati.
Pochi giorni fa il Presidente della Repubblica Napolitano si è recato a Genova, nel luogo in cui sbarcarono i Mille per iniziare la campagna militare che avrebbe, circa un anno dopo, trasformato la rude Italia, caratterizzata da dialetti, tradizioni, popoli, in una sola grande nazione che riconoscesse determinati valori e li prendesse come punti  di riferimento. Esempio per tutti, l’esercito. Il quale, da regio quale era, diventò “italiano”.
Così pian piano, l’unità ha avuto il sopravvento sulle mille differenze facendo si che si creasse un insieme, sempre eterogeneo, ma compatto, capace di caratterizzare un intero popolo.

A centocinquantanni, verrebbe da chiedersi se questa unità si è definita ancora meglio o se, invece, pian piano, con l’avvento di una certa classe politica, non si sia verificato un paradossale evento: l’unità come qualcosa di puramente formale.
Sarebbe da sempliciotti appoggiare l’una o l’altra tesi, scartando, di fatto, la rimanente.
Sarebbe invece più corretto se si considerassero entrambe le idee e si osservasse il risultato attuale italiano come un cocktail delle due.

Da un lato, l’efficacia di governi e di Presidenti della Repubblica che sempre, in nome di una Carta (che pur essendo vecchia rimane ancora un baluardo) hanno cercato di mantenere coesa la nostra nazione, intraprendendo iniziative volte ad eliminare differenze tutt’altro che banali, radicate bensì nel territorio, difficili da estirpare. Iniziative sottoforma di leggi, contributi e finanziamenti che hanno cercato di mediare la sittuazione complessiva in maniera tale da permettere il raggiungimento di uno stesso livello all’interno di tutto il Paese. Ahimè, questo è molto più di un obiettivo. Esso rappresenta un sogno che vorremmo fosse realizzato o si realizzasse nel più breve tempo possibile ma che incontrerà, chiaramente, scogli insormontabili che nemmeno il tempo potrà appiattire.
Non vorrei sembrare pessimista, ma dubito che si risolverà mai il problema del lavoro nel Sud Italia, per come il nostro Paese si è sviluppato e continuerà a svilupparsi. Gli scogli che ci sono sempre stati si evincono adesso con una maggiore facilità a causa del passare del tempo, che, inesorabile, non aspetta i non-provvedimenti di chi dovrebbe occuparsene.

Dall’altro l’operato di alcune forze politiche le quali sono ben lontane da rafforzare questa unità, operando quindi una sorta di indebolimento.
La Lega Nord, si sa, è semprre stata abbastanza restia e reticente nel rafforzare la coesione del Paese. Inutile e retorico star qui a raccontare per filo e per segno che è un partito secessionista, che crede solo nel Nord del Paese, che lascerebbe morire il Sud e gli immigrati che magari ci sono dentro, che propende verso un’economia chiusa, tesa a rafforzare i propri interessi.
Inutile star qui a raccontare che questo federalismo fiscale, di cui non si conoscono i costi e vantaggi iniziali, dividerà l’Italia permettendo quindi che il Nord diventi sempre più ricco, più produttore di lavoro e il Sud rimanga ancorato a sè stesso, ai contributi statali con cui giocheranno avidi cittadini e speranze per i propri giovani che non troveranno espressione certa.
Inutile raccontare di una Lega che discrimina coloro che vengono dal Sud, definiti simpaticamente “terroni” in quanto legati alla più vecchia tradizione agricola, che per anni, ha dato all’Italia un ruolo fondamentale all’interno dell’economia europea.
Inutile raccontare di un Calderoli, famoso per la sua “porcata”, che nella trasmissione dell’Annunziata ha proclamato solennemente di non partecipare ai festeggiamenti dell’Unità di Italia.
Così come è inutile raccontare del decreto Ronchi, il quale ha letteralmente consegnato l’acqua, monopolio naturale, ai privati.

Alla luce di ciò, l’Italia, quanto è unita?

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