Non è mai troppo tardi

Pubblicato: 17 maggio 2010 in Attualità, Riflessioni personali

“Volevamo esportare la democrazia in Medio Oriente. L’abbiamo uccisa in Occidente. Partecipa ai funerali, commossa ed affranta l’informazione.”.
Più o meno così si chiudeva uno dei capitoli de “La scomparsa dei fatti” di Marco Travaglio; capitolo in cui si parlava della guerra in Iraq, che tutt’oggi miete vittime non solo militari, che continua nonostante debba finire al più presto.
E quale frase più adatta per descrivere l’attuale situazione medio-orientale che influenza di parecchio la situazione occidentale? Credo nessuna.
Non è una banale presa di posizione la mia, ma l’espressione sincera della realtà.

Stiamo cercando (mi conto anche io perchè tutto sommato ho eletto io la mia classe dirigente) di trasformare la forma di governo del Medioriente che è una strana forma di democrazia ora, regime prima, in un modello più occidentale, forse con la presunzione che i nostri standard democratici siano i migliori.
Stiamo cercando perchè ormai è dall’11 settembre che cerchiamo di esportare il nostro modello in Paesi completamente differenti, a cui, forse, non è applicabile una democrazia come la nostra. Sono passati 9 anni circa, abbiamo certo fatto qualche passo in avanti, ma ancora non abbiamo raggiunto un risultato accettabile, tale da permettere di farci lasciare i posti che sono di fatto, occupati da stranieri.
Tutto questo scenario fa da complemento a quello che succede in Italia. Anche se il discorso può essere esteso all’Occidente tutto.
Nella nostra parte di mondo assistiamo alla ridicola pubblicità che restiamo in Medioriente con fior fiore di soldati per portare la pace, sinonimo di democrazia.
In realtà la verità non è proprio questa. Il fatto vero è che rimaniamo per imporre la pace. Per usare la violenza (perchè di quella si tratta) per costringere la gente del luogo ad un nostro preciso piano. Il quale, per noi potrà essere espressione di perfezione, per quegli altri potrebbe essere un modello da non considerare. E la resistenza che si incontra potrebbe anche voler dire che un certo modo di operare proprio non è condiviso. Ma, naturalmente, questa ipotesi, non si considera nemmeno lontanamente.

E allora, ogni giorno, alle manifestazioni dell’esercito, nel ricordo dei caduti in guerra, giovani e con una famiglia alle spalle, ascoltiamo che è necessario rimanere in quei posti; che adesso non si può abbandonare il posto ma che bisogna attendere; che, nonostante le vittime, dobbiamo farci forza e continuare a lottare; che nel momento in cui ci ritireremo avremo vinto.
E così mentre dal governo tutto si sentono all’unisono queste parole, l’opposizione beatamente dorme, rivestendo il classico ruolo di “facente-condoglianze” e esprimendo la giusta solidarietà alle famiglie dei caduti.
Mai una proposta di riflessione seria su questo tema, che spiazzi il governo e che lo ponga davanti ad un interrogativo. Mai l’elenco di tutti i defnuti, da Nassirya fino ad oggi. Mai voti contrari di massa al finanziamento di imprese militari e decreti per la proroga dello stare italiano in quei territori.

E nemmeno un riferimento alla Marcia della Pace di ieri, che a vederla oggi, sembra quasi fosse stato un segno premonitore.
Ma come si dice: non è mai troppo tardi per cambiare radicalmente strategia. Serve solo una gran forza di voltà, anticonformista che opponga ad una guerra militare, una diplomazia di gran lunga migliore e più efficace dell’attuale.

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