Il processo e il binario. Morti.

Pubblicato: 2 settembre 2010 in Attualità

Il processo “morto”, simpaticamente definito “breve”, è quella riforma voluta dal presente governo berlusconiano che incarna nella maniera più completa possibile l’esprssione “difendersi dal processo”. Si assume cioè che il processo sia il problema e che non è necessario attuare una strategia di difesa nel processo, come vorrebbe la Costituzione e qualche altro piccolo codicillo, quanto difendersi dalla fine dello stesso, a prescindere se si tratti di assoluzione o condanna, seppure non definitiva.
Appellandosi alla giustissima regola della “ragionevole durata del processo”, si è deciso di sopprimerlo comunque quando esso si protragga per un un periodo superiore ad una durata prefissata (per tutti e tre i gradi di giudizio), dichiarando prescritto il reato. A seconda della pena prevista per il capo di imputazione viene scandito un preciso calendario; per i reati più comuni che prevedono una pena detentiva minore ai 10 anni, è previsto il seguente: tre anni per il primo grado, due per l’appello e un anno e mezzo per la Cassazione. Ergo, un’alta probabilità di processi morirebbe, se la velocità di arrivo a sentenza definitiva rimanesse l’attuale.  Ma l’ha negato Angelino (Ministro della Giustizia) con i suoi famosi calcoli “empirici”.
Ma passi pure il fatto del limite improrogabile.
Il guaio vero è la cosiddetta norma transitoria, dell’onorevole Valentino, che mi astengo di giudicare in fatto di politica. Il codicillo, infilato da una mano infame probabilmente su ordine di qualcuno di molto in alto, prevede che sia concessa prescrizione a quei reati, di cui è in corso il processo, puniti con pene inferiori ai 10 anni, compiuti prima del 2 maggio 2006, storica data in cui destra e sinistra, sotto un unico coro di voci angeliche, hanno permesso al Clemente Mastella di realizzare il sogno proibito: l’indulto. Il quale, oltre ad essere di tre anni (come non si era mai visto), oltre a salvare Previti (condannato in corruzione in atti giudiziari per aver comprato una sentenza per ordine di Berlusconi, il nostro Presidente del Consiglio, quindi, prescritto), permise ad un sacco di delinquenti di tornare in libertà e di reiterare i reati, in barba alle previsioni del sempre Clemente , evidentemente stesso allievo della scuola dei calcoli empirici di Angelino.

Ora, notizie tecniche a parte, la riforma rappresenta un problema serio. Visto che a dicembre la Corte Costituzione sarà chiamata a giudicare la costituzionalità del “leggittimo impedimento”, leggasi “come saltare le udienze in tribunale”, è necessario che si corra ai ripari adesso pena un potenziale arrivo a sentenza nei processi il cui Berlusconi è imputato: Mediatrade e Mills, in primis. Il che è chiaramente fuori discussione.
Per far valere le loro posizioni, i grandi del Pdl si sono uniti in un lungo vertice a Palazzo Grazioli dove hanno pensato addirittura di inviare una lettera ai Ministri Europei (a firma del quasi sempre assente Frattini) per spiegare il problema della giustizia in Italia. A modo loro si intende.
Tutto questo mentre il Pd si lamenta con voce flebile, Casini promette di non votare il processo breve alla Camera (infatti ha auspicato una leggina su misura per Silvio) e mentre il Capo dello Stato, da Venezia, chiede ai giornalisti che fine abbia fatto il ddl intercettazioni -riferendosi alle indiscrezioni sul rapporto processo breve/Colle-. I quali dopo aver risposto che esso si trova su un binario morto, ricevono un secco “Ecco..”.
La risposta del Presidente è illuminante. Fa presagire la fine di questa riforma ad personam?
Lascio a voi giudicarla.

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