Legalità all’italiana

Pubblicato: 3 settembre 2010 in Attualità, Riflessioni personali

Da stupido quale sono, mi riesce difficile comprendere le gloriose parole di rappresentanti dello Stato quando parlano di legalità.
E così, anche oggi, si è ripetuta la storia.
Ventotto anni fa è stato barbaramente ucciso il generale dalla Chiesa, perchè lasciato solo dalle istituzioni troppo attente alle chiacchiere romane piuttosto che ad una seria riflessione sulla proposta avanzanta dal Prefetto di Palermo riguardo la richiesta di poteri particolari per combattere la mafia, che nella Sicilia ha sempre visto un’altissima espressione.
A ricordare l’anniversario del generale, anche oggi, hanno partecipato in molti. Alcuni con semplici parole, altri senza dir nulla ma con un cuore forse più sincero di altri.
Il punto è che i tizi che hanno parlato, onestamente, avrebbero fatto meglio a rimanere in silenzio. E magari riflettere sulla data di oggi.
Prendete Schifani per esempio. Ha ricordato a nome suo e di tutto Palazzo Madama il generale, sua moglie e l’agente di scorta ucciso.
Ma non avrebbe fatto meglio a rimanere più muto di un pesce, vantando una conoscenza tutt’altro che indolore con mafiosi di prim’ordine quando era socio della Sicula’s Brokers?
Prendete Maroni. Condannato in via definitiva, quindi atto a diventare Ministro dell’interno, non avremmo preferito fosse rimasto in silenzio e non declarando moralismi?

Sia chiaro. L’elenco sarebbe lungo, ma tutto sulla stessa linea d’onda.
Queste poche righe per un solo grande interrogativo: ma siamo davvero sicuri che quest’Italia sia incline alla legalità?
Ad occhio e croce sembrebbe di no. Nonostante i mille discorsi e i continui quanto inutili auspici di Napolitano a non attaccare i magistrati.
È cultura della legalità quella di un Paese nel cui Parlamento  si contano una ventina di illustri signori condannati in via definitiva?
O quella dove un Presidente della Camera è immischiato in loschi affari a vantaggio del cognato?
O quella in cui un Presidente del Consiglio ha condiviso parte della sua vita con un mafioso condannato, fra l’altro, per omicidio?
O quella in cui dove su un ex sottosegretario pende un mandato d’arresto a causa di strani legami con la camorra?
Anche qui l’elenco sarebbe lungo, ma sulla stessa linea d’onda.

O la riforma del processo morto? O la riforma del ddl intercettazioni? O lo scudo fiscale? O la vendita all’asta dei beni confiscati?
Anche qui…

E allora, la prossima che sentiamo inni alla legalità, pensiamo non solo ai grandi che hanno cercato di cambiare questo Paese. Ma anche a coloro che da perfetti moralisti son sempre pronti a declamarli, predicando bene, ma razzolando (o avendo razzolato) malissimo.

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