L’articolo 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani: come comprenderlo [parte 2]

Pubblicato: 2 novembre 2011 in Articoli Ventonuovo.eu, Riflessioni personali
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Primo. L’influenza del governo. Supponiamo che i mass media siano influenzati, sia pure in maniera velata, dal governo locale e che quest’ultimo usi il suo potere per controllare il modo con il quale le informazioni sono promulgate al pubblico. Sarà naturalmente suo interesse assicurarsi che notizie circa il suo operato non danneggino la sua credibilità, enfatizzando al contrario, quanto di lodevole è stato compiuto. Certo, quella appena descritta è una situazione estrema.
Consideriamo però l’idea in base alla quale un parlamento possa influenzare i media: la sostanza non cambia perché un manager o un dirigente sarà designato in maniera tale da “essere legato” sempre al politico di turno che ha permesso la sua elezione.
Probabile che le informazioni promulgate da un sistema sì fatto non saranno distorte, ma non saranno purtroppo indipendenti. Si noti, inoltre, che la presenza della politica nei media la si osserva in un ulteriore aspetto: in Italia, per esempio, il Parlamento elegge una specifica commissione di Vigilanza il cui compito è quello di controllare i servizi televisivi. E in Spagna, un organismo del genere esisteva fino alla salita al potere di Zapatero.
Secondo. La violenza contro i giornalisti. Supponiamo che un giornalista sia minacciato da qualcuno, per il solo fatto di aver scritto (o con la volontà di scrivere) un pezzo compromettente per qualcuno. Potrebbe definirsi libero? Chiaro che, come nel caso precedente, uno scenario del genere, almeno nelle nostre democrazie, è quasi improponibile. Consideriamo un altro tipo di violenza, quella psicologica, messa in atto con l’arma del giornalismo stesso. Funziona più o meno così: si identifica un soggetto, lo si critica usando espressioni al limite della decenza, screditandolo. Potrebbe il soggetto definirsi libero anche in questo caso? La risposta chiaramente non è semplice come nel caso precedente, perché dipende dal grado di coraggio dell’attaccato di resistere all’attacco mediatico. Nel peggiore dei casi, uscirà di scena.
Terzo. La presenza delle lobbies. Questo rappresenta decisamente il metodo meno “vistoso” per influenzare i media. La ragione va ricercata nel fatto che le lobbies sono solite agire in maniera occulta. Il meccanismo più comune alla base, è lo “scambio di favori”: fare qualcosa a qualcuno per ricevere in cambio altro. Una provocazione: potrebbero essere quella dei politici e quella dei giornalisti due lobbies?

Analizzate le cause, quale potrebbe essere dunque la soluzione per riconoscere un’informazione falsa o verosimile da una vera? Qualcuno potrà obiettare che l’essere scettici aiuti: il non accettare a priori qualcosa come corretta o errata conduce a verificare personalmente l’attendibilità delle informazioni, che si realizza attraverso la Rete.  Essa rappresenta naturalmente una “rivoluzione” perché sfugge alle motivazioni di cui sopra a causa di un “meccanismo di feedback”, perpetuato dagli internauti, che svela le informazioni false. La pluralità di opinioni nel mondo virtuale di Internet, la quale si concretizza mediante piattaforme appartenenti al Web 2.0, permette di raggiungere l’obiettivo di cui abbiamo discusso all’inizio.
E il cerchio è finalmente chiuso: abbiamo iniziato la nostra brevissima analisi dai requisiti alla base della corretta espressione di un’opinione e siamo giunti ad un metodo capace di soddisfare le ipotesi.
Tutto qui, dunque? Naturalmente no. Questa brevissima analisi non è solo “teoria”, ma il punto di partenza per comprendere l’importanza dell’articolo 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani.

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