L’istinto di autoconservazione è la formidabile peculiarità degli esseri viventi. E delle associazioni che essi costituiscono. Ne abbiamo avuto recente dimostrazione nelle faccende che riguardano la nostra classe politica e nella fattispecie i partiti italiani, al minimo delle fiducia nell’intera storia della Repubblica.
E tutti, evidentemente colpiti dalla mannaia del popolo sovrano che non usa certo mezzi termini per descriverne l’inefficienza e la grande lontananza dai bisogni del popolo, si stringono assieme contro il Movimento di Grillo.
La maggioranza dei politicanti, leaders e non, all’unisono denunciano il qualunquismo,  la demagogia e il populismo del comico genovese, reo di aver conquistato quei voti che specialmente in questo frangente storico sono andati perduti dai partiti.
Voti sfociati, secondo sconforto e delusione, nell’unico movimento capace di criticare tutto e tutti, proporre idee sconosciute ai politici con l’etichetta, esprimere dissenso a suon di “bischerate” simpatiche.
Quale il sunto dunque? La crisi della politica è evidente. E si conferma nell’idea dell’essere solidali contro una sola persona, sottoponendo la stessa ad una sorta di “campagna mediatica”. Ma il punto sul quale  Grillo conta è proprio questo: si parli di lui, lo si descriva con quel fior fiore di espressioni degne dei migliori regimi. Lui vincerà, avrà qualche posticino in Parlamento, farà sentire la propria voce ancora più stridula, darà una scossetta all’antipolitica militante e alla politica “quaquaraqua”.
Di contro, suggerisco ai partiti tutti il silenzio tombale, accompagnato da un sano esame di coscienza e l’incontro attorno ad un tavolino per la proposizione di nuove idee che rinfiammino nei cuori stanchi di tanti elettori, la voglia di credere ancora nei partiti e rievochino i grandi statisti che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra italiano.

Pura demagogia il ripetere che i partiti non debbono beccarsi il becco di un quattrino pubblico. 
Essi, Costituzione alla mano, rappresentano il popolo. Si impegnano a rappresentarlo in Parlamento e per attuare tale compito usano del denaro che non può evidentemente essere lo stesso che ciascuno dei componenti del partito percepisce.
C’è bisogno di altro denaro, per coprire le spese per partito, le traferte, le campagne, le manifestazioni di chi ha il dovere di rappresentare il popolo.
Tale costo deve obbligatoriamente gravare sui cittadini che supportano i partiti stessi attraverso lo Stato.

Il corto circuito terribile nasce nel momento in cui la mente malata dei politicanti italiani ha deciso di beccardi 4.5 volte in più del denaro che effettivamente il proprio partito spende.
Questo si che è completamente ingiusto. Ogni altro aggettivo sarebbe superfluo.

Ma così, giusto qualche provocazione: con la fiducia ai partiti attorno al 5% (evidentemente si contano solo i familiari/amici intimi dei politici) quanti di noi darebbe anche un solo euro per un partito?
Probabilmente qualcosa in più del 5%, certo, ma mai abbastanza da poter campare.
E allora? Cederemo il passo alla demagogia e al qualunquismo permettendo ai magnati di investirci per trarre profitto? Che fine farebbe dunque la democrazia?

Una “porcata” come quella che ci ritroviamo impone, caro Veltroni, la responsabilità di saper scegliere chi inserire in una lista bloccata.
Uno come Calearo, esempio lampante di cosa la politica sia oggi divenuta, è l’ennesimo soffio su un fuoco ormai troppo ardente che infiamma la società civile, rea di gridare ma esausta di una classe politica che forse ha eguali nei Paesi non Occidentali.
Veltroni avrebbe potuto conquistare elettori, calmare le folle, guadagnare consenso.
E invece su Twitter quasi elemosina scuse per chi si è arrabbiato con lui per la pessima scelta nel prendere Calearo assieme.
Nessuno dei leader del PD si è dissociato da Veltroni. Nessuno ha chiesto che l’ex sindaco prima di richiedere scuse si facesse un sano esame di coscienza.
Dire che la sinistra italiana è allo sbando, è un dolce eufemismo.
Ma continuare a contarci, a scommetterci, a turarsi il naso e credere che tutto sommato sia meglio questo PD che la destra alfano-berlusconiana, è un terribile masochismo.

Si è scatenato un bel trambusto sul Web tutto in merito all’editoriale di giovedì sul Giornale, risposta ad un pezzo del “Der Spiegel”, quotidiano tedesco che, con squallida ironia dipingeva Schettino emblema degli italiani tutti.
Il caos di cui sopra è venuto a seguito del titolo forte scelto dal quotidiano di Via Negri che, proprio il giorno della Memoria, richiamava gli orrori nazisti, attaccando il giornale tedesco, simbolo della nazione che ha perpetuato Auschwitz. Fermo restando che il titolo è spinto e riflette lo stile di Feltri, non so quanti abbiano letto l’editoriale del direttore.
Chi si è fermato al titolo, certo è rimasto sbigottito.

Chi ha letto l’intero articolo avrebbe potuto apprezzare le argomentazioni riportate in quanto non malate di pregiudizio ma espressione di verità.
Si criticava la squallida ironia del giornale amburghese che si era permesso di tacciare tutti gli italiani al pari di Schettino, codardi come il comandante sugli scogli mentre a bordo si consumava la tragedia, irresponsabili come lo stesso per aver compiuto una bravata costata molto caro.
Addirittura nell’articolo tedesco si parlava di “razza”, concetto tanto caro ai tedeschi passati, che sullo stesso hanno perpetuato l’orrore più grande che il Novecento abbia potuto conoscere.
Errato dunque rispondere a tono? Si può certo condannare il direttore italiano per l’eccessiva foga, ma il pezzo contiene verità condivisibili.
Chi scrive ha sempre criticato il Giornale per i suoi metodi bruti nello screditare qualcuno che non andasse a genio. Lo scrivevo durante il caso Fini, dopo il NoB-Day e altri eventi.
No, non ho cambiato idea. Ma è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare.
E non essendoci altro giornale che ha difeso gli italiani, diamo il merito a Sallusti di averlo fatto. Seppure a suo modo.

Ps: la pagina di Facebook del giornale tedesco, sommersa da commenti italiani critici sul pezzo, è ora non raggiungibile.

Solo un dubbio

Pubblicato: 12 gennaio 2012 in Attualità, Riflessioni personali

La Consulta boccia la proposta di un milione e duecentomila persone circa la volontà di abolire il porcellum (ma aspettiamo le motivazioni).
La Camera nega la richiesta d’arresto a Cosentino, indagato dalla Procura di Napoli per concorso esterno in associazione camorristica.
Di contro, vince la Lega del Senatur che vede la sua “porcata” rimanere valida e l’alleanza con il Pdl sana e salva.

Il futuro non è incerto, però.
Indignazione e rabbia da parte della gente. Le stesse facce in Parlamento anche alle prossime elezioni (una legge elettorale nuova e stracondivisa vi sembra possibile?). Un altro probabile criminale in Parlamento (lasciamo alla magistratura il compito di assolverlo o condannarlo, non alla politica). Le future promesse di Berlusconi o chi per lui per ringraziare il Senatur. Qualche europeo che si renderà conto del salto di qualità del governo Monti.

Basterà scendere in piazza?

Nell’editoriale di oggi Sallusti parla di “manovra da Equitalia”, più che equa.
Come dargli torto. Arriva la nuova ICI, chiamata IMU sulla quale i comuni potranno giocare al rialzo. Aumento dell’IVA da settembre 2012. Sistema contribuitivo per tutti.
Una serie di tasse rese necessarie dalla paradossale situazione in cui giace l’Italia: una situazione di dissesto economico senza precedenti il cui debito pubblico si aggira attorno ai 1900 miliardi di euro, dove l’evasione fiscale, la criminalità organizzata e la corruzione fanno il resto per affondare ancora di più il Belpaese.
Si poteva fare di più, però. Anzitutto i tagli ai costi della politica, perchè rinunciare a due dei tre stipendi per quel che concerne Monti non è sufficiente.
Poi, abbassando ancora la tracciabilità.
Indicazioni per la crescita ci sono però: defiscalizzazioni dell’IRAP per chi reinveste il capitale in azienda, superbollo sui beni di lusso (ma non chiamatela patrimoniale), tassa dell’1,5% sui capitali scudati, Consigli provinciali di 10 membri senza giunta, creazione di un fondo di garanzia per le microimprese.

Dati tecnici a parte, eravamo abituati ad ascoltare gioiose conferenze stampa in cui un anziano piuttosto inetto al ruolo assegnatogli divertiva i presenti in sala con banalissime barzellette. Ieri abbiamo visto un Ministro commuoversi, perchè i sacrifici richiesti fanno davvero male all’Italia, sebbene siano necessari.
Eravamo abituati a sentirci dire che la crisi era alle spalle, solo qualche mese dopo il crollo della Lehman Brothers e abbiamo visto nascere tre manovre nel giro di troppo poco tempo perchè non sufficienti. Ieri abbiamo visto un Presidente del Consiglio che ha denunciato ha parlato ad un’Italia adulta, non raccontando frottole.
Eravamo abituati ad essere derisi dai giornali internazionali che prendevano per i fondelli un’Italia rassegnata al Bunga Bunga, tollereante ai comportamenti di Berlusconi, inetta ad attuare una sana rivoluzione. Oggi vediamo i titoli della stampa estera che esaltano la manovra, giudicandola adatta al momento storico, da cui traspare un lieve incremento di stima nei nostri confronti.
Il paragone, dunque, è d’obbligo.

Al netto di tutto quindi, il commento di Sallusti è solo riferito ai dati tecnici. Ma quanto scritto negli ultimi tre paragrafi, non rappresenta un ddettaglio.

Un ultimo commento a Scalfarotto, il vice del PD. Il quale su Twitter ieri scriveva che assieme tutti i politici avrebbero dovuto meditare 5 minuti sul perchè tali riforme non sono mai state presentate. A lui rispondo, come già fatto ieri, che qualche minuto non è sufficiente. Men che meno avendo la portona comoda di Montecitorio.

 

Le elezioni italiane del 1976 risultarono essere quelle in cui la DC prese meno voti nuovi rispetto ai corrispettivi del PCI e furono segnati da una frase che rimarrà, credo, negli Annales: “Mi turo il naso e voto DC”.
Fu Indro Montanelli a pronunciare questa frase. Uomo di destra, ex fascista, redentosi per la strada che il movimento mussoliniano stava intraprendendo, espluso dallo stesso partito, relegato a seguire le crisi di guerra nei Paesi per definizione comunisti, tornato in Italia con un’esperienza da non eguali. Il significato della frase che denunciava la sua non volontà di votare il Partito Comunista, rappresentava l’imbarazzo terribile di dover votare un partito il cui prossimo Presidente del Consiglio sarebbe stato Giulio Andreotti. Che di lì a poco avrebbe assunto un ruolo fondamentale nel sequestro Moro.
Ma quelli erano altri tempi. La gente si avvicinava solo da poco tempo alle elezioni essendo la Repubblica giovanissima; per la prima volta fu concessa la possibilità ai diciottenni di votare e di esprimere il proprio parere. Si veniva fuori da anni di un governo di Democrazia Cristiana, poco incline alla trattativa con il PCI, chiuso quasi in sè stesso, a quelli della guerra fredda. Nei quali era necessario che qualcuno di forte prendesse il potere nello Stato. Con il pericolo che l’Italia si trasformasse nella nuova Unione Sovietica, più moderna certo, ma con le stesse idee alla base, Montanelli propose di votare la Dc, sebbene tutto.
Ma, ripeto erano altri tempi.

Arriviamo ai giorni nostri. Questa breve introduzione solo per comprendere meglio quanto sto per scrivere da qui in poi.
Possiamo ancora dopo 60 anni di Repubblica fare lo stesso ragionamento di Montanelli? Possiamo preferire tra due mali i cosiddetto “male minore”? Badate bene che quello che consideriamo “minore” oggi, sarà “maggiore” domani, nel quale saremo chiamati a scegliere secondo questa logica quello che ieri non avremmo mai scelto.
Ogni riferimento a Vendola è puramente voluto.
Scomparso e latitante dalla bella Puglia, più impegnato in incontri nazionali per appoggiare quello o quell’altro.
Qualche tempo fa, molto anzi, denunciavo questa sua latitanza. Nessuno si lamenta, nemmeno i vendoliani più convinti, più sani e più incazzati con il resto della combriccola politica pugliese.

Affermerebbe nuovamente la stessa cosa Montanelli?

A marzo di quest’anno, il Giappone fu colpito da un terremoto particolarmente intenso a cui è seguito uno tsunami di altrettanto grande impatto che mise in ginocchio l’intero impianto nucleare di Fukushima: l’acqua bagnò i  generatori di riserva e l’alimentazione per l’impianto di raffreddamento saltò. La temperatura nelle unità in cui giacevano i noccioli crebbe e seguirono le prime esplosioni che però non danneggiarono alcun nocciolo, se non i rivestimenti esterni.
Si pensò allora di pompare dell’acqua marina in grado di raffreddare l’impianto ma questo condusse ad una crescita dell’idrogeno nelle unità che condusse a nuove esplosioni. Con il tempo, però, la situazione si è assestata e di esplosioni non se ne sono più verificate. Di contro una falla permise all’acqua radioattiva di venire a contatto con il mare ed una parziale fusione del nocciolo fu dichiarata, rientrando nel brevissimo termine. Breve riepilogo esaurito, veniamo alle news.

L’IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) rilascia periodicamente un report per ragguagliare l’opinione pubblica circa lo status dell’impianto di Fukushima, partendo dalle informazioni fornitele dalla TEPCO (l’azienda che si occupa della gestione dell’intero impianto). Pertanto, grazie ad essi  è possibile conoscere i recenti sviluppi della situazione.
Primo di tutti, un incidente alle Unità 1 e 3, avvenuto il 30 novembre di cui però non si hanno informazioni precise perché le analisi sono in corso, anche se la TEPCO ha riferito che il problema potrebbe essere dovuto alla presenza di combustile fuso depositato sulla base del guscio che racchiude il nocciolo stesso.
L’Unità 2 necessita invece di grandi quantità di acqua per essere raffreddata e si suppone una probabile falla nel guscio che racchiude quello a diretto contatto con il nocciolo; nel frattempo l’azoto è continuamente pompato all’interno della stessa al fine di ridurre la presenza di idrogeno per prevenire esplosioni.
I lavoratori sono impegnati invece nella messa in sicurezza dell’impianto: si sta procedendo infatti al cold shutdown. Da un lato l’abbassamento della temperatura dell’acqua sotto i 100 gradi, permettendo che la pressione nei due gusci di cui sopra sia pari ad 1 atmosfera; dall’altro controllando la fuoriuscita del materiale radioattivo dal primo guscio di contenimento, monitorando la quantità delle radiazioni legate all’operazione.  Tutto questo, nelle Unità 1, 2 e 3.
Per quanto concerne i livelli di radioattività riscontrati, su 8522 campioni raccolti in diversi punti del Paese lo Iodio 131, il Cesio 137/134 sono inesistenti o al di sotto della soglia massima.
In alti 33 campioni, tracce di questi elementi sono state riscontrate, sebbene il Ministero della Salute, Lavoro e Welfare giapponese non lanci segnali di allarme.
Indubbio che la situazione si evolverà ancora. Restate aggiornati.

Per visionare l’intero report, qui.

Le grida, le monetine l’ansia e la gioia facevano da sfondo al momento che in tanti aspettavano: le dimissioni di un premier, Silvio Berlusconi, incapace di governare in un momento critico come l’attuale in cui la democrazia dei popoli ha ceduto il suo passo alla finanzia internazionale.

Chi ha sostenuto a gran voce l’abuso nei confronti della democrazia greca nel momento in cui Papandreou ha indicato la volontà di un referendum, scontrandosi e arrendendosi alle reticenze di Francia e Germania, tace ora. Al contrario, esulta un governo che si appresta a fare quelle riforme che un’intera classe politica non ha saputo realizzare.
Esulta perché c’è l’evidente punto di discontinuità con il governo appena passato: Berlusconi non sarà più il Presidente del Consiglio e i Ministri saranno naturalmente differenti.
Ma quest’interruzione imposta dall’alto, benedetta dall’America di Barack Obama, voluta dai mercati e dalla Comunità Europea in primis, è la conferma di quanto detto all’inizio.
Ulteriore prova della tesi iniziale, quanto successo ieri nell’Italia intera. I maggiori social networks del Paese sembravano addobbati a festa: commenti che esprimevano una soddisfazione senza eguali; foto ritraenti il tricolore italiano; auguri per il nuovo governo. Pazienza se nei giorni precedenti, nessun commento sullo spread, su un’Italia in balia dei mercati, su una politica lontana dal suo originale obiettivo, motivati da razionali opinioni.

Il governo che inizia segna la fine del governo Berlusconi IV, ma non quella del berlusconismo, cultura ormai radicata nell’attuale società, difficile da estirpare se non mediante una “riforma epocale” dell’educazione impartita alle giovani generazioni, in grado di assicurare che valori come la giustizia e il senso civico non siano pure fantasia di letterati di accademici, quanto le necessarie caratteristiche per trasformare il Paese in qualcosa di migliore.
Sarebbe stato quindi molto più bello se ieri non si fosse gridato la propria indignazione contro un singolo uomo che da solo, non ha mai potuto fare troppo; piuttosto contro un intero sistema, artefice del disastro italiano, responsabile della disfatta di un Paese che è stato un faro anche nei momenti più bui che la storia chi ha riservato.

Quest’ultima sarebbe stata “democrazia”: la richiesta di un rinnovamento dell’intera classe politica.
Per dovere di cronaca, l’unica speranza che potrebbe, per certi versi, lenire il difficile frangente storico, è solo la modifica alla legge elettorale, immaginando di poter contare su un Parlamento che per una volta, rappresenti la vera anima democratica di questo Paese.
Perché se è vero che la democrazia è morta, non è detto non risorga. Vincente come non mai.

 

Abbiamo scoperto che la matematica è evidentemente differente da quella che abbiamo appreso a scuola.
Ce lo ha spiegato con un azzeccatissimo esempio Nunzia di Girolamo, parlamentare Pdl, avvocato e amante di una matematica che a noi comuni mortali non è dato comprendere.
A Piazzapulita di Formigli infatti, nel primo servizio, stupisce gli ascoltatori che attoniti si sono sentiti dire che la maggioranza era si di 308 parlamentari, però due assenti: un in carcere e l’altro malato.
Beh, se domandate alla Di Girolamo quale sarebbe stata la somma i cui addendi sono rispettivamente “308” e “2”, vi verrebbe risposto “319”, come è avvenuto nel suddetto servizio.

Una nuova era della matematica è iniziata. Un po’ come quando Castelli, ingegnere, divenne Ministro della Giustizia.