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La Grecia, per antonomasia la culla della politica, ha ceduto il passo nuovamente ad un governo non eletto dal popolo.
Riassumiamo. Alla fine del 2009, il culmine della crisi europea, il debito pubblico greco inizia a salire vertiginosamente; lo spread aumenta, la fiducia degli investitori diminuisce.
Facendo parte dell’Unione Europea, l’Europa tutta non resta con le mani in mano. Inizia a pensare ad un prestito prima ed un successivo poi, a patto che il governo ellenico di turno affronti una serie di riforme necessarie ad abbassare il debito pubblico.
Il primo prestito fu erogato non senza polemiche. Il secondo, rattificato dalla Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Unione Europea) a febbraio del corrente anno, ha messo in ginocchio l’intera popolazione che, contro le misure di austerità chieste dall’Europa, ha deciso di protestare e di gridare a gran voce contro una crisi causata dai brogli nei conti pubblici.
Il tutto, per evitare la bancarotta e il fallimento che tutti temono.
L’essere inseriti in una comunità, ha evidentemente i suoi pregi anche in virtù della massima “mal comune, mezzo gaudio”. Ma l’effetto domino potenziale che può ancora verificarsi, minaccia tutta la zona Euro, ben sapendo che nessun Paese sarebbe risparmiato qualora il default greco divenisse triste realtà. Certo, i Paesi colpiti non reagirebbero tutti allo stesso modo.

La Spagna in primis, la più danneggiata ma l’Italia non se la passerebbe molto meglio.

Affrontata la cronistoria da un punto di vista “economico”, passiamo a quello politico.
Alla fine del 2009, una previsione è già possibile e Papandreou, Primo Ministro appena eletto, afferma che il rischio di bancarotta non è così lontano. Infatti, i primi aiuti arriveranno di lì a poco, a scongiurare il pericolo imminente, ma non senza polemiche. Ricordiamo infatti il tentativo di indire un referendum per chiedere ai cittadini se le misure d’austerità imposte valessero gli aiuti prossimi. Referendum che mai si fece, in quanto il 5 novembre del 2011, tali misure passarono in Parlamento.
Qualche giorno dopo, le dimissioni di Papandreou e l’insediamento del governo tecnico di Papademos, chiamato come Monti a proporre e far approvare riforme economiche, al fine di ottenere l’aiuto della Troika.
Poco dura il governo tecnico perchè ad aprile 2012 nuove elezioni sono indette. Nessuna coalizione di maggioranza disponibile a formare un nuovo governo, a causa della dissidente posizione della sinistra radicale circa la permanenza della Grecia nella Zona Euro la quale, raccogliendo il malcontento della popolazione, avrebbe buone chances di aumentare il suo bacino elettorale.
Quello che è avvenuto in questi giorni è noto: il Presidente ha tentato in tutti i modi di raggiungere un compromesso sui numeri per un governo, ma tale obiettivo non è stato raggiunto e nuove elezioni politiche sono necessarie.
Sino a quel giorno (il 17 giugno) un nuovo governo ad interim è stato nominato proprio ieri. Il suo Primo Ministro è Pikrammenos, Presidente del Consiglio di Stato.

Concludiamo con quanto detto al principio: un’altra volta la democrazia ha ceduto il passo ad un governo provvisorio, con la speranza che le imminenti elezioni possano rappresentare l’inizio di una fase risolutiva della crisi greca, prima che la bancarotta consegni il Paese ellenico ad un travaglio terribile, ben più grave di quello argentino.
Un travaglio che, ripetiamo, metterà in difficoltà anche i Paesi della Zona Euro anche nel caso in cui il governo greco decidesse di abbandonare la moneta unica tornando alla supersvalutata drachma.

Nonostante si discuta di un “concordato” (fa più figo chiamarlo così, piuttosto che “condono”); nonostante la benedizione dell’idea da parte di Scillipoti che, in lacrime, ha accolto il premier Berlusconi al Primo Congresso Nazionale dei Responsabili (quelli in grado di non far cadere il governo); nonostante politici tutte chiacchiere  e niente azioni, ritorna l’idea della vendita degli immobili statali non sfruttati.
La razionalità vuole che se è possibile vendere un qualcosa che non si usa più, cercando di racimolare un gruzzoletto, è sempre una grande idea, sopratutto in un periodo di crisi come il nostro dove ci si accontenterebbe anche di briciole.
Il problema, tuttavia, consiste nel fatto che ad oggi non si è a conoscenza del patrimonio immobiliare statale: l’ultimo censimento all’italiana ha infatti rivelato che di beni da vendere ce ne sono, fornendo però un elenco non completo, semplicemente perché un’amministrazione su due ha deciso di non comunicare quanto richiesto.

Ergo, ci troviamo davanti ad un paradosso, grande quanto il mondo, visto che ci consideriamo un Paese culturalmente avanzato: lo Stato non conosce quello che possiede; non può perciò stabilire con precisione quanto si possa vendere e quanto quindi si possa guadagnare per ripianare il debito di 1800 miliardi di euro. I guadagni stimati si aggirano tra i 700 e i 900 miliardi . Esiste cioè uno scarto di 200 miliardi che corrisponde ad un errore del, più o meno, 25%.
Eppure, mi viene da pensare che la situazione è semplice: si obbligano le amministrazioni a rispondere in un tempo breve. Quelle che decidono di non rispettare la richiesta, multate progressivamente con l’aumentare del tempo, affinché si diano una mossa.
Con la differenza che le multe, si pagano. In fretta e fino all’ultimo centesimo.

Fantascienza?