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A Padova, ventiquattro anni fa, moriva Enrico Berlinguer.
Di lui oggi rimane solo il ricordo del compromesso storico di cui a malapena si parla nelle classi delle scuole superiori e una celebre intervista a Scalfari in merito alla questione morale.
Ed è proprio su codesti aspetti sentiamo la necessità di discutere.
Nelle righe seguenti analizzeremo cosa si intende per compromesso storico e cercheremo di delineare una relazione con i giorni nostri; in quelle del prossimo pezzo, tratteremo di cosa Berlinguer intedenva per questione morale e quanto tale concetto è ormai lontano dai giorni nostri.

Nel secondo dopoguerra tre erano i partiti che caratterizzavano la Repubblica. Da un lato, la Democrazia Cristiana, dall’altro il Partito Socialista, dall’altro quello Comunista.
Solo la Dc, però, potè governare (ininterrottamente sino a prima del primo governo Berlusconi) anche se, dal 1960 in poi, il Partito Socialista iniziò ad affacciarsi alle scene di governo, entrandone a far parte assieme alla Dc solo nel 1964.
Il partito comunista, in tutto questo, poteva solo rimanere a guardare. Non godeva di molto consenso e non poteva dunque sperare di vincere e sedere al Governo per realizzare quelle idee tanto care, ma forse tanto datate. Sebbene la forte collaborazione durante la Resistenza e il contributo fondamentale nell’Assemblea Costituente, i comunisti fecero parte di un breve governo solo alla fine del 1970, come vedremo tra un attimo. Un’analisi almeno superficiale potrebbe far risalire il motivo alla lealtà con l’Unione Sovietica che fu, durante la guerrra fredda, l’antagonista orientale della splendente America. Lealtà che si concretizzava anche nella condivisione delle idee politiche propagandate nell’Unione.
Si deve però registrare che una strada alternativa fu intrapresa nel 1956, l’anno in cui scoppiò la crisi di Praga. Infatti, dopo il XX Congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) dello stesso anno, con le denunce di Khruscev dei crimini di Stalin e del rifiuto dei dogmi, il segretario del partito Togliatti, decise di avviare una serie di riforme che avrebbero tracciato la cosiddetta “via italiana al socialismo” che abbandonava l’idea rivoluzionaria, bilanciando tale mancanca con una prevista crescita del potere sindacale e operaio.
Democraticamente si voleva conquistare l’elettorato, attuando riforme nuove ma andando contro i principi dell’Unione Sovietica. La frattura era ormai cosa nota.
Alla morte di Togliatti, un uomo chiamato Enrico Berlinguer si affacciò alla scena partitica che lo vide diventare segratario solo nel 1972.
A commento del golpe cileno del 1973, il neosegreatario propose il cossiddetto “compromesso storico”: un piano per l’avvicinamento della Dc e del suo partito per formare una grande colaizione di governo che potesse sollevare l’Italia in un periodo nero; tutto ciò in accordo all’idea del consociativismo per cui un Paese fortemente diviso nelle idee dovesse avere rappresentazioni di tutti i gruppi politici nel governo. L’approccio non trovò supporto nel PCI stesso e in tutta l’area della Dc, ad eccezione di Moro e del suo gruppo referente. Il risultato fu dunque un nulla di fatto.
Il partito comunista garantì l’appoggio esterno al governo Andreotti durante il sequestro Moro, pur manifestando le sue perplessità, ma ciò non può essere considerato concretizzazione dell’idea originale, che fu persa per sempre.

Ai giorni nostri, potremmo forse ritrovare qualcosa di simile, ma in senso lato.
Nel 2009 fu indetto un referendum in cui si discuteva dell’assegnazione del premio di maggioranza piuttosto che alla singola lista, ad una coalizione e alla Camera e al Senato. Si cercava di imitare, con pessimi risultati, l’idea americana nella quale fossero presenti due soli gruppi, repubblicani e democratici, che avessero all’interno tutte le voci possibili.
L’obiettivo per i sostenitori del referendum era garantire in un certo senso l’idea di Berlinguer: in un Paese con mille partiti, garantire a tutti la possibilità di poter esprimere le opinioni in Parlamento, per dar voce al popolo, raggruppati in un’unica lista.
Il governo attuale può invece essere considerato come un’eguale (termine un po’ forzato, lo ammetto) al governo che viviamo oggi: in un momento di crisi, tutti i partiti garantiscono l’appoggio a chi governa, al fine di risolvere nel più breve tempo l’emergenza in corso, nonostante divergenze d’idee.

Ricordare fa bene, riflettere sul passato per comprendere il presente anche.
Presto, il seguito.

Le elezioni italiane del 1976 risultarono essere quelle in cui la DC prese meno voti nuovi rispetto ai corrispettivi del PCI e furono segnati da una frase che rimarrà, credo, negli Annales: “Mi turo il naso e voto DC”.
Fu Indro Montanelli a pronunciare questa frase. Uomo di destra, ex fascista, redentosi per la strada che il movimento mussoliniano stava intraprendendo, espluso dallo stesso partito, relegato a seguire le crisi di guerra nei Paesi per definizione comunisti, tornato in Italia con un’esperienza da non eguali. Il significato della frase che denunciava la sua non volontà di votare il Partito Comunista, rappresentava l’imbarazzo terribile di dover votare un partito il cui prossimo Presidente del Consiglio sarebbe stato Giulio Andreotti. Che di lì a poco avrebbe assunto un ruolo fondamentale nel sequestro Moro.
Ma quelli erano altri tempi. La gente si avvicinava solo da poco tempo alle elezioni essendo la Repubblica giovanissima; per la prima volta fu concessa la possibilità ai diciottenni di votare e di esprimere il proprio parere. Si veniva fuori da anni di un governo di Democrazia Cristiana, poco incline alla trattativa con il PCI, chiuso quasi in sè stesso, a quelli della guerra fredda. Nei quali era necessario che qualcuno di forte prendesse il potere nello Stato. Con il pericolo che l’Italia si trasformasse nella nuova Unione Sovietica, più moderna certo, ma con le stesse idee alla base, Montanelli propose di votare la Dc, sebbene tutto.
Ma, ripeto erano altri tempi.

Arriviamo ai giorni nostri. Questa breve introduzione solo per comprendere meglio quanto sto per scrivere da qui in poi.
Possiamo ancora dopo 60 anni di Repubblica fare lo stesso ragionamento di Montanelli? Possiamo preferire tra due mali i cosiddetto “male minore”? Badate bene che quello che consideriamo “minore” oggi, sarà “maggiore” domani, nel quale saremo chiamati a scegliere secondo questa logica quello che ieri non avremmo mai scelto.
Ogni riferimento a Vendola è puramente voluto.
Scomparso e latitante dalla bella Puglia, più impegnato in incontri nazionali per appoggiare quello o quell’altro.
Qualche tempo fa, molto anzi, denunciavo questa sua latitanza. Nessuno si lamenta, nemmeno i vendoliani più convinti, più sani e più incazzati con il resto della combriccola politica pugliese.

Affermerebbe nuovamente la stessa cosa Montanelli?