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Nel bene o nel male, per semi-citare Gramellini, l’Italia nella quale oggi viviamo è il frutto del secondo conflitto mondiale, caratterizzato dal più alto spargimento di sangue della storia, che ha coinvolto innocenti che da un giorno all’altro si sono ritrovati con un fucile in mano a combattere per la propria Patria, qualunque essa fosse.
Quello che abbiamo oggi è il frutto sudato o ottenuto a suon di sanguinei sacrifici, lasciatoci da coloro che avevano più fegato di noi stessi, pronti ad imbraccare il fucile anche quando la guerra pareva finita.
Gli stessi che successivamente hanno dato la luce la Costituzione (per citare Togliatti), emblema della repubblica, della democrazia e fautrice dell’applicazione del motto illuminista, che a malapena si studia nelle scuole: libertà, tolleranza e fratellanza.

Abbiamo ricevuto in dono, noi generazioni moderne, uno Stato eccezionale: la culla della cultura e del sapere (l’Impero Romano) si è voluto probabilmente sino al momento più alto che potesse raggiungere, ed archetipo dello stesso è stata proprio la Costituzione.
La quale negli anni a venire, lentamente, è stata soggiogata, beffata e usata a proprio uso e consumo.
Piace però osservare come tale situazione si sia ingigantita fortemente in questi ultimi anni.
Si parlava di modificarla (e non sarebbe certo male) per diminuire il numero dei parlamentari (come se questo risolvesse il problema del debito pubblico); si discuteva della modifica dell’articolo 41, come se fosse la manna per eliminare l’assurda burocrazia italiana in merito allo sviluppo dell’impresa; addirittura qualcuno con troppo poco potere pensò bene di proporre un cambio dell’ordinamento, propugnando la repubblica semipresidenziale secondo il modello francese.

Ma ci sono degli attacchi più subdoli, più meschini: il dilagare dei movimenti di chiara affermazione fascista e rivoluzionaria come soluzione ai problemi italiani da un lato, e l’accondiscendeza altresì infame che quasi tutti i movimenti politici dimostrano nei confronti del problema.
E accade così che nel PDL ci siano elementi picchiatori nel passato che paiono oggi colombe, per nulla inclini a denunciare questo fenomento.
Ma anche che il Movimento 5 Stelle, e nella fattispecie il leader carismatico Grillo, non si sbilanci nel professarsi fascista o antifascista, lasciando intendere la sua massima disponibilità nell’accogliere un membro di Casapound, perchè tutto sommato avrebbe “le carte in regola”.
E mentre qualcuno si indigna, un solo grillino si dimette e i politici fanno finta di non sentire nulla, la minaccia che la Costituzione venga bistrattata ancora una volta, è sempre più alta.
Ma se ciò avvenisse, sarebbe più che un male, perchè significherebbe gettare l’eredità consegnataci nelle mani populisti facinorosi.

L’istinto di autoconservazione è la formidabile peculiarità degli esseri viventi. E delle associazioni che essi costituiscono. Ne abbiamo avuto recente dimostrazione nelle faccende che riguardano la nostra classe politica e nella fattispecie i partiti italiani, al minimo delle fiducia nell’intera storia della Repubblica.
E tutti, evidentemente colpiti dalla mannaia del popolo sovrano che non usa certo mezzi termini per descriverne l’inefficienza e la grande lontananza dai bisogni del popolo, si stringono assieme contro il Movimento di Grillo.
La maggioranza dei politicanti, leaders e non, all’unisono denunciano il qualunquismo,  la demagogia e il populismo del comico genovese, reo di aver conquistato quei voti che specialmente in questo frangente storico sono andati perduti dai partiti.
Voti sfociati, secondo sconforto e delusione, nell’unico movimento capace di criticare tutto e tutti, proporre idee sconosciute ai politici con l’etichetta, esprimere dissenso a suon di “bischerate” simpatiche.
Quale il sunto dunque? La crisi della politica è evidente. E si conferma nell’idea dell’essere solidali contro una sola persona, sottoponendo la stessa ad una sorta di “campagna mediatica”. Ma il punto sul quale  Grillo conta è proprio questo: si parli di lui, lo si descriva con quel fior fiore di espressioni degne dei migliori regimi. Lui vincerà, avrà qualche posticino in Parlamento, farà sentire la propria voce ancora più stridula, darà una scossetta all’antipolitica militante e alla politica “quaquaraqua”.
Di contro, suggerisco ai partiti tutti il silenzio tombale, accompagnato da un sano esame di coscienza e l’incontro attorno ad un tavolino per la proposizione di nuove idee che rinfiammino nei cuori stanchi di tanti elettori, la voglia di credere ancora nei partiti e rievochino i grandi statisti che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra italiano.