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C’è un aspetto vigente dalla seconda repubblica (derivante dalla prima) che caratterizza la politica italiana che desta stupore, ma non troppo. La classe politica/dirigente sembra reticente a considerare come inaccettabile la netta separazione che sussiste tra profilo penale e profilo morale.
Molti ne hanno già discusso, mille ne hanno analizzato in maniera decisamente più dettagliata gli aspetti più reconditi della questione, ma i più sono assolutamente ignoranti a proposito e reputano le due questioni assimilabili ad un unico concetto.
E proviamo a dare una definizione più o meno pratica, vista la mia ignoranza in materia di scienze politiche.
Per “profilo penale” si intende quel profilo determinato dai reati penali imputati ad uno, sfociabili o meno in un procedimento penale che si concluda con un’assoluzione, prescrizione o condanna. Anche l’essere semplicemente indagato, dunque, rappresenta un ottimo motivo per avere il proprio profilo penale compromesso.
Dall’altro lato per “profilo morale” si intende quel profilo determinato non dai reati, ma da una serie di comportamenti moralmente discutibili (e non semplicemente inaccettabili) che non si addicono ad un personaggio delle vita pubblica perchè lo rendono anche solo potenzialmente, ricattabile.
La differenza è dunque netta e può dunque esistere la compromissione dell’uno o dell’altro profilo.

Ma la conseguenza è unica: le dimissioni.
Perchè, al fine di mantenere una determinata credibilità agli occhi di qualsiasi cittadino (anche europeo), ciascun politico ha il dovere di mantenere una certa integrità morale e penale, per proseguire nel suo incarico pubblicamente assegnatogli nel migliore dei modi.
Dell’Italia invece, vista solo la quantità dei Presidenti di Regione indagati in affari poco puliti, sembra che se ne voglia fare la patria della governabilità a vita, dell’indecenza politica, dello spudorato dover sempre governare. Basterebbe dunque essere stati legalmente eletti.

E mi permetto un azzardo: tale cultura nasce evidentemente da un disinteresse totale nei confronti della vera politica; dall’ignoranza della nostra classe dirigente davanti ai nomi di coloro che la politica l’avevano nel sangue. D’altra parte, in alcun discorso o comizio, nessuno cita i grandi pensatori politici della storia, segno che non ci si riconosce o non ci si sente simili. E questo è un male.

PS: C’è chi addirittura suggerisce di fare un distinguo tra i reati per i quali un uomo pubblico è indagato.
Esisterebbe dunque una gerarchia che mette chissà cosa al primo posto. E all’ultimo non si sa cos’altro.
Peccare contro la legge prevede una punizione differente in quanto ad ammenda o reclusione. Ma è chiaro che si tratta sempre di reati. A cui devono seguire immediatamente le dimissioni.
Del resto, anche non essendo uomo pubblico si può pagare un avvocato per difendersi nell’eventuale processo.

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