Cassandra

Pubblicato: 2 aprile 2013 in Uncategorized
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La pirateria non danneggia la musica – Corriere della SeraChe cerca di capovolgere la prospettiva con cui di solito si affronta la questione del rapporto tra la pirateria e le vendite di musica, gettando benzina sul fuoco su un dibattito gimolto acceso e riassumibile in due domande: quanto influisce il …logovideoandriacom.png

Nel bene o nel male, per semi-citare Gramellini, l’Italia nella quale oggi viviamo è il frutto del secondo conflitto mondiale, caratterizzato dal più alto spargimento di sangue della storia, che ha coinvolto innocenti che da un giorno all’altro si sono ritrovati con un fucile in mano a combattere per la propria Patria, qualunque essa fosse.
Quello che abbiamo oggi è il frutto sudato o ottenuto a suon di sanguinei sacrifici, lasciatoci da coloro che avevano più fegato di noi stessi, pronti ad imbraccare il fucile anche quando la guerra pareva finita.
Gli stessi che successivamente hanno dato la luce la Costituzione (per citare Togliatti), emblema della repubblica, della democrazia e fautrice dell’applicazione del motto illuminista, che a malapena si studia nelle scuole: libertà, tolleranza e fratellanza.

Abbiamo ricevuto in dono, noi generazioni moderne, uno Stato eccezionale: la culla della cultura e del sapere (l’Impero Romano) si è voluto probabilmente sino al momento più alto che potesse raggiungere, ed archetipo dello stesso è stata proprio la Costituzione.
La quale negli anni a venire, lentamente, è stata soggiogata, beffata e usata a proprio uso e consumo.
Piace però osservare come tale situazione si sia ingigantita fortemente in questi ultimi anni.
Si parlava di modificarla (e non sarebbe certo male) per diminuire il numero dei parlamentari (come se questo risolvesse il problema del debito pubblico); si discuteva della modifica dell’articolo 41, come se fosse la manna per eliminare l’assurda burocrazia italiana in merito allo sviluppo dell’impresa; addirittura qualcuno con troppo poco potere pensò bene di proporre un cambio dell’ordinamento, propugnando la repubblica semipresidenziale secondo il modello francese.

Ma ci sono degli attacchi più subdoli, più meschini: il dilagare dei movimenti di chiara affermazione fascista e rivoluzionaria come soluzione ai problemi italiani da un lato, e l’accondiscendeza altresì infame che quasi tutti i movimenti politici dimostrano nei confronti del problema.
E accade così che nel PDL ci siano elementi picchiatori nel passato che paiono oggi colombe, per nulla inclini a denunciare questo fenomento.
Ma anche che il Movimento 5 Stelle, e nella fattispecie il leader carismatico Grillo, non si sbilanci nel professarsi fascista o antifascista, lasciando intendere la sua massima disponibilità nell’accogliere un membro di Casapound, perchè tutto sommato avrebbe “le carte in regola”.
E mentre qualcuno si indigna, un solo grillino si dimette e i politici fanno finta di non sentire nulla, la minaccia che la Costituzione venga bistrattata ancora una volta, è sempre più alta.
Ma se ciò avvenisse, sarebbe più che un male, perchè significherebbe gettare l’eredità consegnataci nelle mani populisti facinorosi.

Al di là di chi vincerà le elezioni in Sicilia, il dato dell’astensionismo è allarmante. 
Esso denota la totale sfiducia che i cittadini hanno nei partiti politici che, nonostante siano legittimati dalla Costituzione, non riescono più a rappresentare il popolo perchè formati da persone inefficienti che della politica hanno fatto senza successo il loro mestiere. 
L’ora è giunta. Se il 50% della gente non vota, a prescindere dal vincitore, la politica tutta dovrà fare un passo indietro, azzerarsi e provare a rinascere migliore di prima perchè una situazione del genere è obiettivamente inaccettabile. La democrazia è ormai minata alle fondamenta e non c’è modo di uscirne visti tutti i tentativi che si sono fatti nel frattempo. 
Saranno inutili dichiarazioni di sorta, ammissioni di colpa o paternali patetiche. Il guaio è fatto e sarebbe bello se per una volta sola, come avveniva forse solo per i grandi statisti, i grandi dei partiti si ritirassero in esilio e riflettessero su come hanno conciato la Patria di Roma, quella che per prima buttò le basi della civiltà. 
E se la lezione dell’astensionismo non dovesse bastare, che vinca pure il Movimento di Grillo. Chissà se almeno questa volta l’esilio sarà l’unica strada possibile. 

C’è un aspetto vigente dalla seconda repubblica (derivante dalla prima) che caratterizza la politica italiana che desta stupore, ma non troppo. La classe politica/dirigente sembra reticente a considerare come inaccettabile la netta separazione che sussiste tra profilo penale e profilo morale.
Molti ne hanno già discusso, mille ne hanno analizzato in maniera decisamente più dettagliata gli aspetti più reconditi della questione, ma i più sono assolutamente ignoranti a proposito e reputano le due questioni assimilabili ad un unico concetto.
E proviamo a dare una definizione più o meno pratica, vista la mia ignoranza in materia di scienze politiche.
Per “profilo penale” si intende quel profilo determinato dai reati penali imputati ad uno, sfociabili o meno in un procedimento penale che si concluda con un’assoluzione, prescrizione o condanna. Anche l’essere semplicemente indagato, dunque, rappresenta un ottimo motivo per avere il proprio profilo penale compromesso.
Dall’altro lato per “profilo morale” si intende quel profilo determinato non dai reati, ma da una serie di comportamenti moralmente discutibili (e non semplicemente inaccettabili) che non si addicono ad un personaggio delle vita pubblica perchè lo rendono anche solo potenzialmente, ricattabile.
La differenza è dunque netta e può dunque esistere la compromissione dell’uno o dell’altro profilo.

Ma la conseguenza è unica: le dimissioni.
Perchè, al fine di mantenere una determinata credibilità agli occhi di qualsiasi cittadino (anche europeo), ciascun politico ha il dovere di mantenere una certa integrità morale e penale, per proseguire nel suo incarico pubblicamente assegnatogli nel migliore dei modi.
Dell’Italia invece, vista solo la quantità dei Presidenti di Regione indagati in affari poco puliti, sembra che se ne voglia fare la patria della governabilità a vita, dell’indecenza politica, dello spudorato dover sempre governare. Basterebbe dunque essere stati legalmente eletti.

E mi permetto un azzardo: tale cultura nasce evidentemente da un disinteresse totale nei confronti della vera politica; dall’ignoranza della nostra classe dirigente davanti ai nomi di coloro che la politica l’avevano nel sangue. D’altra parte, in alcun discorso o comizio, nessuno cita i grandi pensatori politici della storia, segno che non ci si riconosce o non ci si sente simili. E questo è un male.

PS: C’è chi addirittura suggerisce di fare un distinguo tra i reati per i quali un uomo pubblico è indagato.
Esisterebbe dunque una gerarchia che mette chissà cosa al primo posto. E all’ultimo non si sa cos’altro.
Peccare contro la legge prevede una punizione differente in quanto ad ammenda o reclusione. Ma è chiaro che si tratta sempre di reati. A cui devono seguire immediatamente le dimissioni.
Del resto, anche non essendo uomo pubblico si può pagare un avvocato per difendersi nell’eventuale processo.

A Padova, ventiquattro anni fa, moriva Enrico Berlinguer.
Di lui oggi rimane solo il ricordo del compromesso storico di cui a malapena si parla nelle classi delle scuole superiori e una celebre intervista a Scalfari in merito alla questione morale.
Ed è proprio su codesti aspetti sentiamo la necessità di discutere.
Nelle righe seguenti analizzeremo cosa si intende per compromesso storico e cercheremo di delineare una relazione con i giorni nostri; in quelle del prossimo pezzo, tratteremo di cosa Berlinguer intedenva per questione morale e quanto tale concetto è ormai lontano dai giorni nostri.

Nel secondo dopoguerra tre erano i partiti che caratterizzavano la Repubblica. Da un lato, la Democrazia Cristiana, dall’altro il Partito Socialista, dall’altro quello Comunista.
Solo la Dc, però, potè governare (ininterrottamente sino a prima del primo governo Berlusconi) anche se, dal 1960 in poi, il Partito Socialista iniziò ad affacciarsi alle scene di governo, entrandone a far parte assieme alla Dc solo nel 1964.
Il partito comunista, in tutto questo, poteva solo rimanere a guardare. Non godeva di molto consenso e non poteva dunque sperare di vincere e sedere al Governo per realizzare quelle idee tanto care, ma forse tanto datate. Sebbene la forte collaborazione durante la Resistenza e il contributo fondamentale nell’Assemblea Costituente, i comunisti fecero parte di un breve governo solo alla fine del 1970, come vedremo tra un attimo. Un’analisi almeno superficiale potrebbe far risalire il motivo alla lealtà con l’Unione Sovietica che fu, durante la guerrra fredda, l’antagonista orientale della splendente America. Lealtà che si concretizzava anche nella condivisione delle idee politiche propagandate nell’Unione.
Si deve però registrare che una strada alternativa fu intrapresa nel 1956, l’anno in cui scoppiò la crisi di Praga. Infatti, dopo il XX Congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) dello stesso anno, con le denunce di Khruscev dei crimini di Stalin e del rifiuto dei dogmi, il segretario del partito Togliatti, decise di avviare una serie di riforme che avrebbero tracciato la cosiddetta “via italiana al socialismo” che abbandonava l’idea rivoluzionaria, bilanciando tale mancanca con una prevista crescita del potere sindacale e operaio.
Democraticamente si voleva conquistare l’elettorato, attuando riforme nuove ma andando contro i principi dell’Unione Sovietica. La frattura era ormai cosa nota.
Alla morte di Togliatti, un uomo chiamato Enrico Berlinguer si affacciò alla scena partitica che lo vide diventare segratario solo nel 1972.
A commento del golpe cileno del 1973, il neosegreatario propose il cossiddetto “compromesso storico”: un piano per l’avvicinamento della Dc e del suo partito per formare una grande colaizione di governo che potesse sollevare l’Italia in un periodo nero; tutto ciò in accordo all’idea del consociativismo per cui un Paese fortemente diviso nelle idee dovesse avere rappresentazioni di tutti i gruppi politici nel governo. L’approccio non trovò supporto nel PCI stesso e in tutta l’area della Dc, ad eccezione di Moro e del suo gruppo referente. Il risultato fu dunque un nulla di fatto.
Il partito comunista garantì l’appoggio esterno al governo Andreotti durante il sequestro Moro, pur manifestando le sue perplessità, ma ciò non può essere considerato concretizzazione dell’idea originale, che fu persa per sempre.

Ai giorni nostri, potremmo forse ritrovare qualcosa di simile, ma in senso lato.
Nel 2009 fu indetto un referendum in cui si discuteva dell’assegnazione del premio di maggioranza piuttosto che alla singola lista, ad una coalizione e alla Camera e al Senato. Si cercava di imitare, con pessimi risultati, l’idea americana nella quale fossero presenti due soli gruppi, repubblicani e democratici, che avessero all’interno tutte le voci possibili.
L’obiettivo per i sostenitori del referendum era garantire in un certo senso l’idea di Berlinguer: in un Paese con mille partiti, garantire a tutti la possibilità di poter esprimere le opinioni in Parlamento, per dar voce al popolo, raggruppati in un’unica lista.
Il governo attuale può invece essere considerato come un’eguale (termine un po’ forzato, lo ammetto) al governo che viviamo oggi: in un momento di crisi, tutti i partiti garantiscono l’appoggio a chi governa, al fine di risolvere nel più breve tempo l’emergenza in corso, nonostante divergenze d’idee.

Ricordare fa bene, riflettere sul passato per comprendere il presente anche.
Presto, il seguito.

Il quadro del panorama politico italiano

Pubblicato: 29 maggio 2012 in Attualità
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A pochi giorni dai ballottaggi delle elezioni comunali, proviamo a tracciare un bilancio sommario dell’attuale situazione politica italiana.
Il Terzo Polo, originariamente conosciuto come il triduo Api-Udc-Fli ha ceduto il posto al Movimento Cinque Stelle, scomparendo oltre la quarta posizione nella classifica che vede i consensi complessivi in questa tornata elettorale.
Il Pd, sebbene abbia vinto, ha perduto quote importanti del suo originale bacino elettorale permettendo che tanti suoi sostenitori si astenessero dal voto o votassero il movimento ispirato a Grillo. I numeri non sono tutto, purtroppo. E l’essere in testa nella classifica di cui sopra non implica automaticamente essere il vincitore assoluto.
Come ricorderemo tra un attimo, la fiducia incondizionata al governo Monti non è certo un fattore moltiplicativo dei consensi.
Il Pdl e la Lega, i peggiori partiti. Dalla piattaforma nazionale a quella territoriale la delusione di tanti militanti e simpatizzanti ha fatto si che i due partiti andassero non votati perché deludenti, secondo due prospettive differenti.
Da un lato un Pdl che si ostina ad appoggiare il governo Monti. Gli italiani hanno si apprezzato l’alto gesto istituzionale di Berlusconi a novembre dell’anno scorso, ma è evidente che l’appoggiare automaticamente riforme e decreti di questo governo tecnico non possa certo essere considerato come l’esempio di una buona politica. “Solidarietà”, certo. Ma il prezzo da pagare è stato particolarmente salato per i cittadini.
Dall’altro lato la Lega, ridotta quasi a brandelli dopo lo scandalo dell’ex tesoriere Belsito e le vicende che hanno colpito la famiglia Bossi tutta, al centro di “paghette” e spese extra finanziate dai militanti padani.

C’è da registrare, per rigor di cronaca, due iniziative messe in campo dagli ultimi due partiti.
Per quel che concerne il Pdl, la novità aleggiava nell’area. Prima della sonora sconfitta alle elezioni, Alfano aveva attizzato la stampa tutta parlando di una novità di cui presto avrebbe discusso che aveva definito addirittura “storica”. Siamo venuti a conoscenza la settima passata di un disegno costituzionale per attuare il modello semi-presidenziale francese che prevede tra l’altro l’elezione da parte del popolo del Presidente della Repubblica, disegno che prevederebbe una modifica della Costituzione rappresentando evidentemente una vera “rivoluzione” nella storia della Repubblica.
In senso lato, la proposta del semi-presidenzialismo alla francese non è nuova. Giù un paio d’anni fa con Berlusconi Primo Ministro, se ne discuteva in particolar modo nell’ordine di conferire maggiore potere al Capo del Governo.

Dal suo canto la Lega, nella persona di Maroni, ha proposto l’assenza della propria formazione politica in Parlamento nelle prossime elezioni, dando il massimo nelle elezioni locali, recuperando quel consenso andato perduto a causa degli ultimi scandali.
In tutto ciò il centrosinistra non riesce a trovare una strada comune.
Il patto di Vasto è oramai dimenticato e qualcosa è presente in cantiere, anche se è presto per fare una previsione razionale su future alleanze alle elezioni amministrative.
La novità vera, lo ribadiamo, è il Movimento 5 Stelle, che ha aumentato i consensi del 15% (guardando le intenzioni di voto) in una sola settimana.

Bilancio sommario, lo ribadiamo.
Ma un buon punto di partenza per concretizzare quello che il Presidente della Repubblica ieri ha sottolineato: “Guai a fuggire dalla politica!”
Certo, riuscire a capire qualcosa in questo panorama non è affar semplice.
Provarci però, non costa nulla.

La Grecia, per antonomasia la culla della politica, ha ceduto il passo nuovamente ad un governo non eletto dal popolo.
Riassumiamo. Alla fine del 2009, il culmine della crisi europea, il debito pubblico greco inizia a salire vertiginosamente; lo spread aumenta, la fiducia degli investitori diminuisce.
Facendo parte dell’Unione Europea, l’Europa tutta non resta con le mani in mano. Inizia a pensare ad un prestito prima ed un successivo poi, a patto che il governo ellenico di turno affronti una serie di riforme necessarie ad abbassare il debito pubblico.
Il primo prestito fu erogato non senza polemiche. Il secondo, rattificato dalla Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Unione Europea) a febbraio del corrente anno, ha messo in ginocchio l’intera popolazione che, contro le misure di austerità chieste dall’Europa, ha deciso di protestare e di gridare a gran voce contro una crisi causata dai brogli nei conti pubblici.
Il tutto, per evitare la bancarotta e il fallimento che tutti temono.
L’essere inseriti in una comunità, ha evidentemente i suoi pregi anche in virtù della massima “mal comune, mezzo gaudio”. Ma l’effetto domino potenziale che può ancora verificarsi, minaccia tutta la zona Euro, ben sapendo che nessun Paese sarebbe risparmiato qualora il default greco divenisse triste realtà. Certo, i Paesi colpiti non reagirebbero tutti allo stesso modo.

La Spagna in primis, la più danneggiata ma l’Italia non se la passerebbe molto meglio.

Affrontata la cronistoria da un punto di vista “economico”, passiamo a quello politico.
Alla fine del 2009, una previsione è già possibile e Papandreou, Primo Ministro appena eletto, afferma che il rischio di bancarotta non è così lontano. Infatti, i primi aiuti arriveranno di lì a poco, a scongiurare il pericolo imminente, ma non senza polemiche. Ricordiamo infatti il tentativo di indire un referendum per chiedere ai cittadini se le misure d’austerità imposte valessero gli aiuti prossimi. Referendum che mai si fece, in quanto il 5 novembre del 2011, tali misure passarono in Parlamento.
Qualche giorno dopo, le dimissioni di Papandreou e l’insediamento del governo tecnico di Papademos, chiamato come Monti a proporre e far approvare riforme economiche, al fine di ottenere l’aiuto della Troika.
Poco dura il governo tecnico perchè ad aprile 2012 nuove elezioni sono indette. Nessuna coalizione di maggioranza disponibile a formare un nuovo governo, a causa della dissidente posizione della sinistra radicale circa la permanenza della Grecia nella Zona Euro la quale, raccogliendo il malcontento della popolazione, avrebbe buone chances di aumentare il suo bacino elettorale.
Quello che è avvenuto in questi giorni è noto: il Presidente ha tentato in tutti i modi di raggiungere un compromesso sui numeri per un governo, ma tale obiettivo non è stato raggiunto e nuove elezioni politiche sono necessarie.
Sino a quel giorno (il 17 giugno) un nuovo governo ad interim è stato nominato proprio ieri. Il suo Primo Ministro è Pikrammenos, Presidente del Consiglio di Stato.

Concludiamo con quanto detto al principio: un’altra volta la democrazia ha ceduto il passo ad un governo provvisorio, con la speranza che le imminenti elezioni possano rappresentare l’inizio di una fase risolutiva della crisi greca, prima che la bancarotta consegni il Paese ellenico ad un travaglio terribile, ben più grave di quello argentino.
Un travaglio che, ripetiamo, metterà in difficoltà anche i Paesi della Zona Euro anche nel caso in cui il governo greco decidesse di abbandonare la moneta unica tornando alla supersvalutata drachma.